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OGNI PROMESSA E’ DEBITO

Il racconto del viaggio di Roberto

Era il 2013.

In un sussulto giovanile, sicuramente dovuto all’imminente scadenza dei sessanta, avevo deciso di rispolverare antichi amori giovanili. Per evitare troppi guai scelsi quello della corsa. L’occasione era vicina e dava una buona copertura ideologica: la raccolta fondi per il progetto Senegol. L’impegno non era poi così difficile: una staffetta all’interno della Maratona di Milano. Fu facile trovare anche i compagni: Enrico, un caro amico coetaneo e le nostre due amate figlie, Alice e Susanna, entrambe lontane per scelte di vita.
Anche il mio impegno per stimolare la raccolta fondi fu piuttosto semplice: correre vestito da portiere e con un pallone in mano con la promessa, una volta terminato il centro sportivo, di andare a visitarlo per giocare una partita. Raccolsi parecchie donazioni, ne fui felice. Appagato.

Siamo nel 2017.
Il centro sportivo a Gandon, Saint-Louis, Senegal, è pronto! Mi tocca onorare la promessa.
Viaggiare mi piace, ogni occasione è buona. Certo ci sono abitudini ormai consolidate come i compagni di viaggio, l’organizzazione, un certo comfort.
Fin da subito sono stato avvertito che non sarebbe stato esattamente così!
Meglio adeguarsi, quindi…
Tommaso e Giacomo sono stati degli straordinari organizzatori, delle guide impossibili da eguagliare, tra check list, istruzioni dettagliate, avvertimenti, moniti, raccomandazioni e quant’altro.
Noi ci siamo totalmente affidati, ricevendone in cambio un’immediata immersione nell’atmosfera di Dakar, del suo traffico,, del suo sole e della meravigliosa gente che la abita. Abbiamo iniziato il nostro soggiorno con un entusiasmante giro al tramonto per la città a bordo di una Renault decapottabile guidata da Saliou, un amico con un passato in provincia di Bergamo. La gente ci guardava con aria stupita alla vista di quattro “toubab” (uomini bianchi), scorrazzati da un senegalese alla guida. Esperienza conclusa con una grigliata di pesce, appena comprato al vicino mercato, servito all’interno della prima di tante “boul” ripiene di cibo.
Potrei continuare all’infinito con il racconto delle innumerevoli esperienze che abbiamo vissuto, da un viaggio di più di cinque ore a bordo di un “7pt places” fino a St. Luis, distese immense di sabbia e alberi rinsecchiti, i variopinte mercati, la gente ai bordi delle strade, gli autobus pubblici riempiti di passeggeri, la pazienza, i sorrisi, le attese e una dimensione del tempo totalmente diversa a quella a cui siamo abituati.

È stato realmente un viaggio “dentro” un paese. Un giorno Enrico, forse in vena di confidenze dopo l’ennesimo materasso matrimoniale condiviso con discrezione durante la notte, mi ha detto: “a volte i nostri viaggi sembrano un passare dalla Lobby di un albergo a un’altra Lobby…qui stiamo veramente vivendo un’esperienza!”.
Ho fatto solo fatica, i primi giorni, a scattare fotografie alle persone, perché alcune sono diffidenti e temono, oltre al fatto di perdere nella foto la loro anima, che gli occidentali vendano le loro immagini per denaro. Ciò non mi ha impedito di riempire le schedine di più di 3000 immagini.
Finisco il mio breve racconto come se fosse uno slideshow.
Tommaso che vede per la prima volta da lontano l’edificio del Centro Sportivo e si emoziona. Noi tutti al cancello dello stesso colpiti dalla grandezza e bellezza della costruzione. I sorrisi dei bambini alla vista del campo e di un pallone. Il loro brulicare sul terreno appena il cancello veniva aperto. Le mani addosso, le facce, le candele al naso, le maglie da calcio, i loro piedi nudi. La loro voglia di essere fotografati…e di guardarsi subito nel display della macchina digitale o del telefono. La gentilezza e l’accoglienza delle persone. L’ironia e lo scherzare con le stesse modalità di noi occidentali. La bellezza ed eleganza austera e semplice delle donne. La fierezza di Nalla, i suoi abiti da lavoro (maestro elementare) uguali a quelli dei suoi connazionali sulle nostre spiagge, la sua casa-villaggio a Gandon con le pecore e il montone nel cortile e il pollaio sul tetto. La passeggiata al tramonto sulla spiaggia oceanica. L’oasi ornitologica. Le riunioni con le associazioni. Il rispetto e l’ascolto. Il francese ruspante di Tommaso (per me assolutamente comprensibile), quello elegante e gentile di Giacomo, quello da Babbel di Enrico, quello onomatopeico del sottoscritto.
La voglia, da subito, di tornarci.
L’invidia per chi ci andrà.

Roberto

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